20/02/08

Libri e bambini- Gli italiani? Non lettori, fin da piccoli

I bambini italiani? Leggono meno rispetto ai loro coetanei europei: è quanto emerge dai dati presentati oggi, 29 gennaio, nel corso del convegno "Bambini e adolescenti e valore del libro", organizzato a Roma dalla Commissione parlamentare per l'infanzia della Bicamerale, in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori (AIE). Un momento di confronto ad altissimo livello – che vede la presenza di editori, esperti del settore e dei principali istituti statistici (Istat e Doxa) - per verificare la diffusione del libro e della lettura tra i bambini e gli adolescenti nel nostro Paese e per valutare le iniziative e gli strumenti utili ad incentivarla e promuoverla. I dati - Secondo i dati Istat rielaborati dall’Ufficio studi di AIE nel 2007 poco meno della metà dei bambini di 6-10 anni legge almeno un libro non scolastico nei dodici mesi precedenti (46,8%): a questa cifra corrisponde, solo per fare un esempio, ben un 58,0% dei coetanei spagnoli. Il valore in Italia sale leggermente nella fascia di età successiva (11-14 anni), arrivando al 59,5%, per poi calare progressivamente al crescere dell’età, e dei processi scolari, di socializzazione, di multiconsumi tecnologici (la media nazionale è del 43,1%). In altre parole, circa la metà di bambini e ragazzi inseriti all’interno dei processi di scolarizzazione dell’obbligo e superiori, dichiara di non leggere alcun libro diverso da quelli di scuola: in proiezione sono 3,1 milioni. La produzione - La produzione di libri per l’infanzia è cresciuta in questi anni in modo significativo in termini di quantità: nel 1987 si pubblicavano 951 titoli, nel 1997 1740 (+8,2% in media annua), nel 2006 questo valore sfiora le 2.300 opere (2.296; (Fonte Liber, Biblioteca Gianni Rodari di Campi Bisenzio), che si traduce in 3,1 milioni di libri per bambini stampati e immessi nei canali di vendita e in un fatturato conseguente di 129,5 milioni di euro (in allegato tutte le cifre). Oggi bambini e ragazzi hanno una possibilità decisamente superiore di scegliere tra autori, generi, fasce di prezzo, formati di libri, storie raccontate, letterature, ecc. di quanto potevano avere nel passato. Nel 1980 l’editoria italiana pubblicava 0,15 nuovi titoli ogni mille bambini, oggi questo valore è pressoché raddoppiato ma comunque è meno della metà di quella spagnolo (che ha però un mercato extradomestico) e poco meno di un quinto di quello francese (Fonte: Ministerio de cultura, per Spagna, Syndicat national de l’Edition per Francia). Il commento - “Come editori – ha sottolineato il presidente di AIE Federico Motta – non possiamo fare altro che mettere a disposizione di bambini e ragazzi – direttamente o attraverso la mediazione dei loro genitori - un’offerta di libri capace di dare risposte ai loro bisogni di lettura. In assenza però di qualunque politica organica e continuativa in materia di promozione della lettura e al verificarsi continuo di tagli alle risorse e ai trasferimenti alle biblioteche per l’ampliamento delle proprie collezioni, o per la formazione di personale bibliotecario specializzato, non può essere sufficiente pubblicare libri belli e nuovi. L’Italia, nel confronto internazionale, è un Paese caratterizzato allo stesso tempo da una crisi nella produttività e da bassi tassi di lettura. Il legame tra i due fenomeni è più stretto di quanto possa sembrare a prima vista. In questa luce deve essere letto anche un dato recentemente pubblicato da Istat: solo un quarto dei lavoratori italiani, solo la metà dei dirigenti e professionisti dichiara di leggere un libro per il proprio aggiornamento professionale. Ci si può stupire, allora, che in un mondo sempre più complesso e competitivo, la produttività sia il principale fattore critico della nostra economia?”.

Comunicato stampa dell’Associazione Italiana Editori (AIE) del 29.01.2008

21/01/08

La scienza del bene

I filosofi governanti, per essere all'altezza del loro compito, devono ricevere una accurata educazione, che deve avere ad oggetto l'apprendimento più grande (megiston mathema). La conoscenza più grande è quella dell'idea del bene (tou agathou idea), attingendo la quale il giusto e le altre cose diventano utili e giovevoli. [505a] La conoscenza del bene risponde all'esigenza di dare un indirizzo alla pluralità delle nostre cognizioni, cioè un orientamento che sia unitario e che sia connesso alle nostre domande fondamentali, che sono di natura pratica e non teoretica. Per Platone le domande che danno origine alla filosofia non sono "che cos'è l'essere?" o "quali sono gli strumenti per conoscerlo?", ma le interrogazioni "sul bene dell'uomo e della realtà in cui egli si trova a vivere; la conversione al mondo delle idee è auspicabile non tanto perché apre la visione del vero essere, ma perché apre l'accesso a ciò che è bello e buono; così pure la scelta in favore di verità e scienza contro l'opinione non è sorretta da un naturale impulso contemplativo, ma dal fatto che scienza e verità sono belle" (F. Trabattoni, Platone, Roma, Carocci, 1998, p. 219). L'interesse primo della ragione, in altri termini, è pratico. Il bene, prosegue Socrate, viene dalla maggioranza identificato col piacere, e dai più raffinati con la phronesis, cioè con la capacità di discernere. Ma poi, quando si chiede loro di quale phronesis si tratti, sono costretti a rispondere che si tratta della phronesis del bene, come se fosse già chiaro il senso della parola "bene". Quelli che identificano il bene con il piacere incorrono in una analoga difficoltà quando sono costretti ad ammettere che vi sono piaceri buoni e piaceri cattivi. [505b-c]In altre parole: una volta identificato teoreticamente il bene con qualcosa di definito - il giudizio o il piacere - , siamo costretti a renderci conto che l'identificazione è circolare o contraddittoria. Una persona è dotata di phronesis quando sa giudicare sul bene: ma allora il bene non è la phronesis. Se identifichiamo il bene con il piacere, quasta definizione si rivela contraddittoria non appena ci mettiamo a classificare i piaceri: e siamo costretti a fare questa classificazione ogni volta che dobbiamo compiere delle scelte. Insomma - dice Socrate - è evidente che il bene è una questione controversa.

22/12/07

Entropic Hindsight

by Stephen L. Doll

Published in: Northwest Technocrat Newsletter, No. 123, April 1994

How many times have we done something, perhaps based on false or insufficient information, and said, "Golly, I wish I hadn't done that,'' or maybe, "Well, I'll know better next time.'' Next time, of course, we will be more informed and capable of making a better decision.
Our social system and its vast baggage of concepts, mores and folkways is the product of many thousands of years of blundering along in ignorance, superstition and misinformation, partly to protect the social status of those in power, but primarily because people just didn't know any better.
Our present form of economy is based on the same elements. It was formulated in the days when resources seemed limitless and humanity, having just tasted a sample of proprietorship with the end of the feudal system in parts of Europe, was experiencing the rudiments of the credo of the insatiable incentive system: nothing is worth doing unless some gain (usually in the form of the acquisition of goods) accrues to the doer. It was also formulated in the days of ignorance.
Only in fairly recent times can we see the revelation of the grand-daddy of all processes on earth and the rest of the universe: the Laws of Thermodynamics.
When the Second Law of Thermodynamics was officially assigned the more user-friendly moniker "entropy'' in 1868, the United States was already on a resource roll, fired by expansionist philosophy and an inexorable adoption of resource-gobbling technology. The control mechanism of money that, fair or not, allotted the benefits of technology to a select few and thereby limited resource consumption, fell by the way when sales-hungry industry foisted the miracle of installment buying on an otherwise empty-pursed working population.
Only in 1933 when Howard Scott, late Director-In-Chief of Technocracy, defined economics and a standard of living in terms of the rate of the degradation of energy was the link between scientific principle and social welfare made a matter of general public knowledge. The industrialists promptly suppressed it, preferring to relegate scientists to their ivory towers to toil away in meek servitude to their paychecks. In cloistered isolation they plied their esoteric trades and kept their secrets, bribed with the good life and separated by specialization, to insure competition between their employers for a corner on the market and competition between themselves for prestige and grant money.
Now the information age is upon us with a mind-boggling array of data that, in our antediluvian mindset, we just can't absorb. Unfortunately, the very speed of technology seems to be feeding upon itself, demanding more technology to control it and placing us farther behind in our ability to grasp it. And the thing that sticks most in our craw is that we can no longer operate with business as usual by consuming resources as a means of accumulating piles of intangible debt.
Entropy, simply put, states that in a closed system with limited resources, we cannot keep converting them to usable forms forever. (Sorry, Limbaughites.) The oil that is used to power turbines that generate electricity and appears to us as heat and light from our reading lamp will never be usable as oil again (at least not for a couple hundred million years, when the organic material that makes up the reader becomes the oil.) When we replant an old-growth forest, the trees will be of poorer quality. You can't copy a copy and have it come out as good as the original.
The Law says that every bit of energy or resource we use, we can get back in less usable form only. The earth does not pay interest like a savings account; it depreciates in utility. Yet, strangely enough, we use an elastic and intangible financial system based on a strange and frankly irrational melee of philosophical concepts to control the development and distribution of physical resources.
As Jeremy Rifkin states in his book, Entropy, A New World View: "every technology ever conceived by the genius of humankind is nothing more than a transformer of energy from nature's storehouse. In the process of that transformation, the energy flows through the human system where it is used for a fleeting moment to sustain life (and the artifacts of life) in a no equilibrium state. At the other end of the flow, the energy eventually ends up as dissipated waste, unavailable for future use.''
Rifkin continues: "The next time a technician, politician, or businessman tells you he or she can eliminate the secondary problems associated with a particular program, product, or process with better planning or better leadership or better design, think about the second law. It is true that the secondary disorders caused by a particular technology can be temporarily solved by the application of new technology. But the solution will inevitably result in even greater disorders.'' In other words, step on the lump in the rug and it pops up somewhere else. Use your other foot to step on the other one and two more pop up across the room.
And entropy doesn't affect just our degradable resources. We are currently witnessing social entropy--the decline of relationships between people, directly related to dwindling resource bases. Economics has always been the primary basis for war and strife whether between two people competing for a job or two nations competing for a resource. The social degradation in North America and throughout the world stems from either a contrived or actual shortage of resource distribution: in resource-rich areas, to increase trade values and promote a social system based on inequity; in resource-poor areas, due to ignorance, overpopulation and philosophical hang-ups.
Scientists have long known that we can't continue our present course but, as Jerome Deshusses observes in The Eighth Night of Creation: "the scientific researcher is the perfect hireling.'' They have known for years that money is not a resource but a matter of opinion, but they need their salaries. Attempts have been made to make something scientific out of money by assigning it mathematical properties. Mathematician Ted Thoren, in his The Truth In Money Book, bravely attempts to demonstrate that money can be explained in mathematical terms. In reality, nothing from nothing--or plus, times, minus, divided by, cubed, squared, sliced, diced, or whatever--equals nothing. As far as meeting physical needs, numbers are abstracts unless they are counting or measuring something. And money has never done either.
Had we known about the Law of Entropy when we stumbled onto this Continent, would we have handled things differently? What if we had based our policy-making and distributive mechanism on hard, immutable fact rather than on vague, imponderable concepts like freedom, democracy, the dignity of toil, and the misguided notion that people must be incessantly and exponentially bribed with sweetmeats to get them to do anything worthwhile (Price System preservatives, one and all).
With the tremendous amount of knowledge at our disposal now, are we handling things differently? Apparently not. To support our value system, born in ignorance, we in North America continue to degrade energy as if there were no tomorrow. And there may not be many more tomorrows, at least for Homo sapiens.
Modern alchemists, breasting an overwhelming tide of fear and suspicion, tinker with converting sows' ears into silk purses at a molecular level in a mad scramble to synthesize new wonder compounds or replicate others--desperate cyclists in a race against consumption, feverishly trying to shore up the bicycle with untried parts as it collapses beneath them. Theorists talk of abundant resources and ``free'' energy (remember nuclear power), little realizing that the last thing business wants is anything free and abundant that can't be hoarded by the strongest and doled out at tremendous profit.
Meanwhile, the ``right'' to consume massive quantities and the ensuing degradation continues. The fat man gluts himself, depending on miracle diet drugs untested for side effects, to burn off his fat cells so he may continue to glut. The band plays on. Dorian Gray whirls in a madcap waltz of waste while the portrait on the wall--the real essence of his being--falls into decay.
The topsoil erodes. Nuclear wastes build up. Species disappear by the hundreds. The landfills fill. The lofty mahoganies of the Amazon Basin, accessible thanks to a new superhighway, topple beneath a troposphere pall of smoke. Bevis and Butthead stab each other with pencils and burn the couch.
The buildup of the military machine escalates with no enemy in evidence except our own inefficiency. Pollution, the byproduct of converted resources, is everywhere. And the wealthy wall themselves off from the vast majority of the world's population (expected to double by the year 2025) that lives just at or below the most niggardly of subsistence levels.
And we all grow progressively dysfunctional, physically, mentally, or both, because it's just too big and fast for us. The meek escape into the comforts of less-complicated times (thereby creating another market for the consumption of nostalgic bric-a-brac, log homes, and other collectibles), the aggressive escape into streets and stadiums. And both retreat into the nostrums of alcohol and drugs and remain perversely proud and protective of the part they play in producing the consumer goods we will throw away, use to kill, or stuff ourselves with. The most revered and heeded in matters of policy is the most consumptive.
More often than not, we can't reclaim that goof or faux pas we made. We can only learn from the experience and hope to use the knowledge to avoid making the same mistakes.
Will we continue to blunder and plunder along? How many times will we murmur, ``Oops! Better not do that again.''? As for the future of humanity on this planet, the Law of Entropy only allows so many ``Oopses.''
Our present way of thinking is the product of thousands of years of depleting resources and moving on. The last century and a half of technological progress has left us with little opportunity to further such adventurism. Scientists eye celestial bodies with plans of mining them and erecting structures such as huge solar panels. All this seems very remote in a social system that measures any venture in potential dollar return and is beset by an endless array of problems because of it. Unless we realign our method of governing resources and the society dependent on them, respective of natural laws and based on the distribution of a measured plenty to all citizens, the words of the next to the last person on earth may very likely be, ``How much?'' and those of the last, ``Maybe we shouldn't have done that.''

30/11/07

Mezzi della scienza e pretese della letteratura


"La voluntad, el deseo de vivir, es tan fuerte en el animal como en el hombre. En el hombre es mayor la comprensión. A más comprender, corresponde menos desear. Esto es lógico, y además se comprueba en la realidad. La apetencia por conocer se despierta en los individuos que aparecen al final de una evolución, cuando el instinto de vivir languidece. El hombre, cuya necesidad es conocer, es como la mariposa que rompe la crisálida para morir. El individuo sano, vivo, fuerte no ve las cosas como son, porque no le conviene. Está dentro de una alucinación. Don Quijote, a quien Cervantes quiso dar un sentido negativo, es un símbolo de la afirmación de la vida. Don Quijote vive más que todas las personas cuerdas que le rodean, vive más y con más intensidad que los otros. El individuo o el pueblo que quiere vivir se envuelve en nubes como los antiguos dioses cuando se aparecían a los mortales. El instinto vital necesita de la ficción para afirmarse. La ciencia entonces, el instinto de crítica, el instinto de averiguación, debe encontrar una verdad: la cantidad de mentira que es necesaria para la vida. ¿Se ríe ested?". Cito dall'edizione Alianza del 1967 (p.132).



"La volontà, il desiderio di vivere, sono forti tanto nell'animale quanto nell'uomo. Nell'uomo l'intelligenza è superiore. A un magggiore sviluppo dell'intelligenza, corrisponde un affievolimento del desiderio. Questo è logico, e possiamo riscontrarlo nella realtà. Il gusto della conoscenza si manifesta negli individui che compaiono al termine di un processo evolutivo, quando l'istinto di vita tende a indebolirsi. L'uomo, per il quale conoscere è una necessità, è come la farfalla che rompe la crisalide per morire. L'individuo sano, vivo, forte non vede le cose come sono, perché ciò non gli conviene. Rimane prigioniero di un'allucinazione. Don Chisciotte, al quale Cervantes volle dare una connotazione negativa, è un simbolo dell'affermazione della vita. Egli vive più di tutte le persone sensate che lo circondano, vive di più e con più intensità degli altri. L'individuo o il popolo che desidera vivere si avvolgono di nubi come gli dei antichi quando apparivano ai mortali. L'istinto vitale ha bisogno di finzione per affermarsi. La scienza, dunque, lo spirito critico, quello di verifica, deve scontrarsi con una verità: la quantità di menzogna che è necessaria alla vita. Cosa fa, ride?"

Da libero tradimento di Stefano Frasca

20/11/07

Phronèsis et citoyenneté chez Arendt : indications pour l’Europe en construction ?

Essence du politique et phronèsis: L'essence du politique, selon H. Arendt, implique l'exercice soutenu du jugement de phronèsis tant par les hommes politiques que par les citoyens. En ce sens, la construction de l'Europe exige éminemment, par l'ampleur de ses enjeux, l'exercice d'un tel jugement, à tous les niveaux, du simple citoyen aux gouvernants. A l'heure où les instances européennes adoptent une constitution pour l'Europe, il convient de formuler le plus précisément possible la signification et la portée de cette exigence pour circonscrire les conditions pratiques de sa réalisation, particulièrement dans le cadre de la construction de l'Europe. L'étude de la pensée arendtienne du politique, et plus précisément du jugement politique (exercice de la phronèsis), peut se mettre à l'épreuve des questions politiques prioritaires sur l'ordre du jour de nos démocraties. En pesant les conceptions arendiennes, le projet approfondira dans ses implications concrètes l'idée que le politique - s'entendant ici nécessairement dans son essence démocratique de rapports entre concitoyens libres et égaux - à mettre en oeuvre en Europe et en vue de l'Europe doit se comprendre comme espace public européen d'exercice de la phronèsis.

L'art et le politique: Les analyses d'Arendt suggèrent avec force la nécessité de l'art et de la culture pour la constitution et le maintien d'un monde commun, lieu et condition de possibilité du jugement politique (phronèsis), d'un espace public partagé par des citoyens agissant et échangeant des paroles, égaux en droits et affirmant leur singularité dans l'exercice d'une vie proprement démocratique. L'art et la culture, dans leur durée tout d'abord, incarnent la mémoire d'un monde commun, rôle essentiel dans une civilisation.
La question politique de l'exercice de la phronèsis (ou du jugement politique) rejoint ici une autre problématique très actuelle, celle de l'art contemporain. Pour poser la question brutalement, quel art contemporain peut remplir cette fonction d'assurer la réalité d'un monde partagé et de transmettre sa mémoire s'il n'y a plus d'oeuvres comme on le proclame assez souvent aujourd'hui ? Il s'agit ici d'une interrogation de philosophie de l'art et de la culture et c'est à une véritable phénoménologie et herméneutique de l'art qu'il conviendra de se livrer s'il l'on veut avoir la chance de répondre à la question. En d'autres termes, pour comprendre quelles sont les conditions de possibilité d'un monde commun européen, il faudra réexaminer l'héritage culturel à la fois commun et diversifié qui façonne une manière d'identité plurielle européenne, afin de comprendre sur quoi elle repose et d'évaluer plus précisément sur quoi elle pourrait encore reposer à l'avenir, à quelles conditions elle pourrait se renforcer et éviter de s'éparpiller, par exemple, à la suite d'un élargissement mal préparé auprès des populations citoyennes.

25/10/07

Greet Helsen: la magia del colore

Pittrice svizzera ed educatrice staineriana, Greet Helsen si caratterizza per l'alto livello qualitativo delle sue composizioni astratte, tele raffinate che hanno come principale protagonista il colore.
Libertà, leggerezza, profondità spirituale, emozione, equilibrio, tutti elementi che contribuiscono a creare una miscela deflagrante, capace di comunicare sensazioni intense ed avvolgenti. Una libertà espressiva esaltata dai morbidi toni delle masse acquerellate, dai decisi accostamenti dei suoi colori acrilici, dai tracciati essenziali dei suoi disegni . Ho avuto il piacere di alloggiare in una delle stanze decorate con uno dei suoi dipinti e confesso che addormentarmi e risvegliarmi ammirando le luci di quel piccolo capolavoro ha contribuito a rendere indimenticabile il mio ultimo soggiorno a Basilea.
Nella sua opera si percepiscono forti suggestioni da parte dei grandi maestri dell'astrattismo dei primi anni del 900, anche se le tele più incisive sono felicemente radicate nella grande stagione pittorica dell'informale... un tributo in piena evoluzione ai fecondi anni '60.
L'artista, nata in Belgio nel 1962, vive e lavora a Dornach alle porte di Basilea (CH).

S.F.

Galleria: http://www.greethelsen.ch/bilder.html

"Nella cruna dell'ago" di Lorenzo Rosoli

Nell'era del neocapitalismo è possibile un uso cristiano dei soldi?
Ne hanno discusso teologi ed economisti in un convegno presso il monastero di Vallechiara qualche anno fa. Padre Salvini: il denaro non va demonizzato, ma impone cautela. Infantino: è uno strumento di libertà. Galli: in passato più attenti alla distribuzione che alla produzione della ricchezza. I cristiani e il denaro. Un decalogo per il nuovo secolo. Per risolvere un'ambivalenza che accompagna il cristianesimo fin dalle origini. Il denaro "sterco del diavolo". Il successo economico segno della benedizione divina. Come la mettiamo? Gesù chiede al giovane ricco di vendere tutto e seguirlo. Lo stesso Gesù che insegna a non sotterrare i "talenti", ma a "investirli".Che proclama: beati i poveri. E che viene tradito per trenta denari. I tempi cambiano. Globalizzazione, neocapitalismo, debito estero, "finanziarizzazione" dell'economia planetaria. Ma ci sono ancora uomini che si comprano e si vendono. Produzione e speculazione.Lavoro e profitto. Borsa e finanza, new economy e net economy.Ce n'è abbastanza per far girare la testa al più volonteroso dei credenti. E per arrivare alla conclusione che troppe cose passano sopra di noi, fuori dal nostro controllo, dal nostro potere. Dalla nostra responsabilità. Ma c'è chi non si arrende. Chi rilancia l'I care. Il denaro è mio e lo gestisco io. Come la Banca etica e la famiglia monastica benedettina che organizzano il convegno ospitato oggi al monastero di Vallechiara, a Lanuvio (Roma), "Denaro e fede cristiana: testimonianza ed impegno dei cristiani per un uso responsabile del denaro". Tra i relatori il vescovo di Locri-Gerace, Giancarlo Maria Bregantini, il fondatore del Gruppo Abele, don Luigi Ciotti, il gesuita padre Gianpaolo Salvini, direttore di Civiltà Cattolica, Daniele Garrone, della Facoltà teologica valdese di Roma. Ecco il punto: l'uso responsabile del denaro. "È un mezzo, non un fine. Non va demonizzato, ma impone cautela. Se non lo accostiamo in atteggiamento di conversione, ci porta dove vuole lui, fino a confidare più nel denaro che in Dio", sostiene Gianpaolo Salvini. Così sul piano personale. Ma sul piano "macro"? Le dimensioni e la complessità dell'economia contemporanea spesso allontanano il singolo da un'assunzione di responsabilità verso gli altri. "È vero, ci sono temi economici - come la globalizzazione - che la gente sente distanti. Il tema del debito estero invece sembra appassionare di più. Lo constato girando l'Italia a tenere incontri pubblici a sostegno della campagna della Conferenza episcopale italiana per la remissione del debito dei Paesi poveri - testimonia il gesuita -. Forse perché la realtà del debito è vicina alla nostra quotidianità, fatta di obbligazioni, mutui per la casa e così via. Al livello micro come al macroeconomico, il debito può essere uno strumento positivo.Come insegna l'esperienza della Grameen Bank fondata dall'economista pakistano Mohammed Yunus, che non regala soldi ai poveri ma presta piccole somme a sostegno dell'iniziativa economica". Dunque: non chiamarsi fuori dal "gioco". Ma cercare nuovi modi per giocarlo. "E qui i cattolici devono fare di più", è l'opinione di Giancarlo Galli, giornalista economico e scrittore (fatica recente e fortunata, il libro La fabbrica dei soldi, Mondadori, alla sesta edizione). "Fin dai tempi della Rerum novarum, siamo sollecitati a cercare vie terze rispetto al socialismo e al liberismo. Ma ci vuole più impegno. Nelle università, sul piano intellettuale, della ricerca, della teoria e della sperimentazione. A denunciare le storture, siamo bravi. A parole siamo bravi. Ma quando un cattolico assume ruoli importanti, poi si comporta come gli altri".Il problema? "Nella tradizione c'è più attenzione al tema della distribuzione che a quello della produzione della ricchezza". E rispetto al denaro? "Dobbiamo finalmente deciderci se considerarlo una cosa diabolica o una "benedizione"". E Giancarlo Galli che rapporto ha con il denaro? "Io non ho portafogli. I soldi li tengo in tasca. Sono da spendere, non da accumulare. Il risparmio? Non è una virtù, è l'anticamera della grettezza. Un mio amico musulmano, marabutto marocchino, diceva: le bare non hanno tasche. Il denaro non va idolatrato, va speso. Così si crea ricchezza. Qui Keynes è ancora valido". E nel decalogo per il nuovo secolo, cosa ci mettiamo? "Innanzitutto l'attenzione alla qualità e alla tipologia del profitto". Il convegno di Vallechiara ha un'introduzione evangelica.Innocenzo Gargano, monaco camaldolese, commenterà la pagina delle Beatitudini. Poi, nel pomeriggio, la parabola del buon samaritano. "Luca dice: beati i poveri. È un initium pregnans.Come a dire: non è possibile vivere le altre beatitudini se si ignora la prima - spiega padre Gargano -. Matteo ci dice di più: è possibile essere "poveri di Dio" nonostante il possesso del denaro.L'importante è che non sia il denaro a possedere noi". Allora: beati anche i ricchi? "I soldi devono essere usati per servire i poveri e mettersi in relazione con loro, ma denaro e capitalismo non vanno demonizzati. La strada maestra resta Gesù: solo il seme che muore dà frutto. Una lezione che può essere trasportata nei comportamenti economici, là dove l'investimento produce frutto, e il denaro viene impiegato con intelligenza e lungimiranza". "Il denaro? Intanto è il segno della mutua dipendenza tra gli uomini, della loro indigenza e della necessità della cooperazione.Poi è uno strumento di libertà - afferma Lorenzo Infantino, professore di filosofia delle scienze sociali alla Luiss di Roma -. Il denaro è uno strumento. E un indice della nostra capacità di servire gli altri. Georg Simmel, nella Filosofia del denaro, ci mostra come esso si inserisce nella trama sociale". Il limite? "Si esce dall'etica cristiana - e da quella civile - quando il denaro è il frutto dell'avventura, della pirateria, della prebenda". Per Infantino non abbiamo bisogno di altri "decaloghi". "Come cristiani abbiamo già il criterio: il denaro come risultato di un servizio agli altri". E per l'industriale Francesco Merloni, presidente dell'Unione cristiana imprenditori e dirigenti? "Investire denaro per avere un rendimento è giusto. Ma bisogna stare attenti che la speculazione non danneggi gli altri e che non nasconda lo sfruttamento". Ma ciò richiede un grado maggiore di democrazia economica, di trasparenza dei processi produttivi e dei fenomeni finanziari. "Sì, ci vogliono più trasparenza e più informazione. In Italia abbiamo fatto passi avanti, in borsa non c'è più il "parco buoi" di un tempo.Ma abbiamo ancora molta strada da fare rispetto ai sistemi anglosassoni". La globalizzazione? La finanza internazionale? "Realtà positive. Ma hanno bisogno di regole, concertate fra i governi, la società civile, le imprese e le banche. Solo così - ad esempio - potremo introdurre soluzioni come la Tobin tax sulle transazioni internazionali, che oggi sfuggono a qualsiasi imposizione. E su questi temi i cattolici possono dare un contributo importante".